
“Gli atei sono credenti: hanno fede nella non esistenza di [dio]”. “Di [dio] non si può dimostrare né l’esistenza né la non esistenza”, dice un agnostico. E sottolinea come questa sia l’unica posizione veramente logica, razionale e tenibile su questo argomento. Come ateo, spesso mi trovo a dovermi giustificare o difendere di fronte a argomentazioni simili a queste. Ho pensato allora di formulare nero su bianco una delle possibili risposte che esprimono il mio pensiero.
La sospetta ineccepibilità, ai limiti della tautologia, di queste constatazioni, mi fa pensare a volte che chi le afferma si ostini a usare esclusivamente la metà sinistra del proprio cervello, quella che formula giudizi puri, logici, astratti, lineari, analitici, tralasciando di allargare la propria visione e il proprio giudizio in modo da applicare utilmente anche al concetto di [dio] gli stessi criteri di verità che si applicano sostanzialmente a qualsiasi altro argomento. Trovo ingannevole, fuorviante, affrontare l’argomento [dio] all’interno di categorie di dimostrabilità o non dimostrabilità, anche se, trattandosi in fin dei conti di una rappresentazione del cervello umano, comprendo la tentazione di approcciarlo a mo’ di teorema matematico. Se si vuole discutere di qualcosa che avrebbe esistenza anche al di fuori delle facoltà astrattive delle mente, il discorso va allargato però agli altri criteri con cui ognuno di noi accetta una qualsiasi proposizione come vera. Se ci pensiamo, del resto, la stragrande maggioranza delle cose che concepiamo come fattuali, reali, empiricamente vere, non necessitano di alcuna “dimostrazione”. Lo stesso dicasi per tutto ciò che consideriamo senza ombra di dubbio fittizio, inventato, posticcio, falso.
Un classico esempio, buono per questa stagione: Babbo Natale. Si può essere agnostici rispetto alla figura di B.N.? Ma certo. Se ci ostiniamo a basare il nostro giudizio sul criterio di dimostrabilità, le cose che si possono dimostrare su B.N. sono queste: a) che è una leggenda inventata per premiare, punire, distrarre, divertire i bambini; b) che i genitori una volta all’anno fanno regali ai propri figli usando il franchise di B.N.; c) che a Rovaniemi un signore travestito da B.N. si guadagna da vivere facendo foto con i bambini in braccio; d) che molti barbuti cloni si trovano in giro per tutto il mondo nel periodo natalizio. Nessuna di queste conoscenze, tuttavia, comprova logicamente la non esistenza di B.N., che potrebbe idealmente, astrattamente, magicamente coesistere con il resto dei fatti noti su di lui. Un agnostico rispetto a B.N. dovrebbe dire proprio questo. È chiaro però che si tratta di un caso limite, che tira per i capelli qualsiasi definizione di ciò che vogliamo concepire come vero: quindi è evidente che non è su considerazioni puramente logiche che si fonda il nostro “ateismo” nei confronti del vecchio vestito di rosso, bensì sull’accettazione del fatto che tutto ciò che si sa a riguardo è ragionevolmente sufficiente ad escludere bizzarre ipotesi magiche o soprannaturali. In altre parole, accettiamo che ciò che già sappiamo essere parto della fantasia non abbia un’esistenza indipendente dalla nostra immaginazione, e non diciamo di “avere fede” nella non esistenza di B.N. solo per il fatto che nulla può dimostrarne la non esistenza nel modo in cui si dimostra un teorema di geometria.
La domanda è, perché lo stesso non dovrebbe valere anche per [dio]?
Forse un tempo [dio] costituiva un “mistero”, al di là di qualsiasi considerazione possibile al di fuori di una certa onanistica speculazione metafisico-scolastica. Questo nell’antichità, o nel medioevo. Ma oggi sull’argomento si possono dire moltissime cose interessanti e sufficientemente ragionevoli per non essere costretti a fare ingiustificati “salti ontologici”, che poi esistono solo nella mente di chi ama concepirli. Dio può essere spiegato da moltissime prospettive. Linguisticamente, come una metafora senza referente; cognitivamente, come un epifenomeno della naturale tendenza del cervello umano a trovare finalità e disegni anche dove non ci sono; evoluzionisticamente, come un meme-virus che si diffonde da un cervello all’altro perché in passato ha dato qualche vantaggio evolutivo, o semplicemente perché abbastanza forte per sopravvivere; sociologicamente, perché questa idea si è rivelata utilissima per il controllo delle masse e i privilegi di chi la amministra; storicamente, perché sappiamo tracciare come l’idea di [dio] sia emersa e si sia sviluppata nella specie umana per riempire i buchi di conoscenza e avere meno paura dell’ignoto; psicologicamente, perché conosciamo l’importanza della copertina di Linus o dell’amico invisibile per sentirsi meno soli o meno deboli e disperati nei momenti di crisi. Eccetera.
A tutto questo si può aggiungere anche che ogni singola nozione e informazione che ci è stata passata sulla religione non proviene né direttamente da un [dio], né da una nostra esigenza istintiva, ma dall’instillazione perpetrata da tradizioni di famiglia mai messe in discussione e da istituzioni le cui menzogne, contraddizioni e distorsioni – quelle sì – sono state ampiamente dimostrate o, meglio, documentate.
Tutto ciò basta a dimostrare la non esistenza di [dio]? Un agnostico direbbe di no, perché questo ipotetico [dio] potrebbe logicamente esistere nonostante tutte le spiegazioni, le prove e le argomentazioni più logiche e inattaccabili che ne fanno evaporare il mistero e svelano il trucco nell’illusione, proprio come succede nel caso di Babbo Natale.
Si tratta di una posizione filosofica legittima, naturalmente, ma a un ateo il buon senso suggerisce in modo assolutamente convincente che una volta svelato il trucco del coniglio nel cappello, o semplicemente sapendo che di un trucco si tratta, risulta forzato, per non dire ridicolo, rimanere aperti all’ipotesi che, nonostante tutto, sia logico non escludere – perché non dimostrabile – che un coniglio effettivamente si sia materializzato dal nulla in quel cappello.
A mio avviso, la differenza tra un agnostico e un ateo sta quindi nella scelta dei rispettivi criteri epistemologici, di attribuzione della verità. Un agnostico, di fronte a [dio] (e presumibilmente a ben pochi altri soggetti) si ferma a una pura, astratta constatazione logico-filosofica, mentre un ateo affronta la questione con lo stesso approccio che riserva a qualsiasi altro argomento, applicando cioè il rasoio di Ockham per scartare semplicemente come false le ipotesi meno sensate, quelle che anziché chiarire le cose non fanno che complicarle. Per estendere la metafora, è un po’ come se l’agnostico prendesse l’idea scartata dal cestino di Ockham e insistesse a tenerla in considerazione, tutta stropicciata, accanto alle considerazioni più forti e fondate che spiegano [dio] in tutti i modi che ho elencato e molti altri ancora.
Personalmente, non vedo nessun motivo (che non sia sentimentale o di convenienza) per riservare un trattamento epistemologico particolare a questo concetto, peraltro filosoficamente molto debole, primitivo e davvero poco interessante. Le informazioni che ho raccolto nella mia vita e nei miei studi, ma soprattutto le semplici valutazioni di buon senso (quelle che fanno anche i bambini quando oppongono una naturale resistenza al passivo assorbimento di certi assurdi indottrinamenti) mi bastano e avanzano per decidere in tutta tranquillità che [dio] è una favoletta infantile (cosa accertata) e NON “una favoletta infantile E forse anche un’entità soprannaturale onnipotente”. Restare nonostante tutto aperto all’ipotesi della realtà di questa favola mi farebbe sentire anche un po’ ridicolo, come se dovessi sforzarmi di restare aperto riguardo all’esistenza di Babbo Natale nonostante, da adulto, ne sappia abbastanza per buttare questa ipotesi nel cestino di Ockham.