paolo ferrarini

Gnoseological Paradigms

Gnoseological Paradigms è l’inno-manifesto che dà il titolo all’album, e racchiude molte idee alla base del mio progetto culturale: la ricerca cognitiva, l’innocenza intuitiva dell’infanzia pre-linguaggio, e il modo in cui i bambini vengono incasellati concettualmente nei paradigmi di una cultura, formandone la mente per sempre, al punto da determinare ciò che da adulti identificheranno come vero, logico, concepibile, possibile, giusto. E soprattutto, scontato.

L’ispirazione per Gnoseological Paradigms, la canzone che dà il titolo al disco, parte da un’idea molto semplice. Da piccoli, nella fase in cui apprendiamo la nostra lingua, acquisiamo i concetti più o meno contemporaneamente alle parole che li esprimono. Parlando, a noi stessi o ai grandi, impariamo a pensare.
È il motivo principale per cui i bambini padroneggiano una lingua in modo molto più naturale, spontaneo e veloce di chiunque si appresti a farlo in età adulta. Essi hanno un bisogno disperato di parole, per esprimere i loro bisogni, dal chiedere di giocare con il gatto o con il loro orsacchiotto, per rifiutare le pappe che non gradiscono, per chiamare la mamma assente senza dover ricorrere a un generico pianto. Dalle stringhe di suoni stranamente articolati che escono dalla bocca degli adulti, hanno l’innata e straordinaria capacità di dedurre e riprodurre morfologia, sintassi, semantica e pragmatica di una o anche più lingue.
Grazie alla lingua, imparano il concetto di “dolore fisico”, nel momento in cui acquisiscono la parola "bua", il concetto di “sporco” nel momento in cui acquisiscono la parola "caca".
Non che non si rendano fisicamente conto di cosa sia il dolore o lo sporco, beninteso, ma si verifica nelle loro menti una specie di illuminazione concettuale, legata alla parola, che forse è paragonabile a ciò che si prova da adulti quando si avvertono sintomi preoccupanti e non ci si riesce a mettere l’animo in pace finché, effettuate le visite necessarie, il medico sa dare un nome alla malattia che ci ha colpiti. Dare un nome a ciò che si prova è già in sé una terapia, perché quel nome ci permette da quel momento di avere la situazione mentalmente sotto controllo, e quindi di poter gestire una realtà che ci riguarda direttamente.
Il guaio è che da bambini siamo sottoposti a un diluvio di parole, alcune legate a concetti utili, di cui abbiamo effettivamente bisogno nel nostro piccolo mondo, altre legate ad astrazioni che non ci riguardano, che però assorbiamo comunque, poiché ci fidiamo impotentemente di chi ci accudisce ed educa. In questo modo, tuttavia, finiamo per non porre mai in questione il significato delle parole che abbiamo appreso; prima perché eravamo troppo piccoli per capirle, poi perché si sono ormai troppo radicate nel nostro modo pensare e di esprimerci per renderci conto di non sapere a quale concetto attribuirle esattamente. La parola “numero”, per esempio, ci è stata presentata ben prima che l’esigenza di un concetto di numero nascesse in noi, motivo per cui – come fossimo ancora dei bambini – solitamente sappiamo al massimo dare esempi di cosa sia un numero, ma non sappiamo spiegare effettivamente che cosa sia. Sappiamo contare, ma non definire: ad una parola corrisponde un concetto molto confuso.
Le parole che ci sono state presentate non servono quindi soltanto a descrivere la realtà che ci circonda, ma anche a crearla, plasmarla nei nostri cervelli, all’interno di convenzioni linguistiche e paradigmi culturali. Se io prendo un righello per misurare una lunghezza, quanti righelli devo mettere in fila uno dopo l’altro affinché quella “lunghezza” diventi una “distanza”? Lunghezza e distanza sono distinzioni concettuali che attuiamo automaticamente, avendo parole per esprimerle, ma che non corrispondono a differenze in natura. Sono pure convenzioni che vivono nel nostro cervello, che rendono più comoda l’analisi del mondo, ma che non necessariamente sono assunte da ogni cultura. Oppure si pensi ai colori, alla diversa tassonomia che ne viene fatta in lingue diverse. In molte lingue non si distingue lessicalmente tra il verde e il blu. Io stesso ho sempre avuto difficoltà a capacitarmi che il bordeaux non sia semplicemente rosso, l’ocra non sia giallo (o marrone?), e il verde acqua non sia azzurro. Se poi accetto che una macchina che si libra e muove nell'aria possa “volare”, così come farebbe un uccello, perché non posso concettualmente accettare che una macchina che si immerge e sposta nell’acqua possa “nuotare”, come un pesce? E ancora, che significa per un bambino la parola “destino”? Designa un’entità personale immanente o trascendente, dotata di cervello simil-umano che interviene fisicamente nella vita delle persone? E’ sinonimo del lemma “dio”, oppure dovrebbe politeisticamente coesistere con esso? È una semplice metafora per qualcos'altro? E per cosa? Per coincidenza? Per statistica? Ma un bambino non è in grado di porsi queste domande. Usa la parola "destino" perché la sente usare dai grandi, e per inerzia continua ad usarla in età adulta senza essersi mai posto il problema di che cosa significhi quella parola, quale sia il suo contenuto ontologico, rimanendo intrappolato in un linguaggio elusivo, indistinto, evocativo, che sempre rimanda a qualcos’altro. Abituarsi fin da piccoli ad usare parole come queste con naturalezza e ovvietà, continuando in età ad adulta ad usarle acriticamente, significa essere schiavi del linguaggio, lasciarsi creare attorno un mondo di simboli che non capiamo fino in fondo. Un mondo che possiamo soltanto prendere per buono, quando non ci vengono forniti gli strumenti per interpretare. Non siamo mai portati a dubitare che parole come “sacro” possano non avere alcun significato, che siano soltanto vuote e obsolete allegorie prodotte dalla fantasia del cervello umano, per traslare sul piano metaforico qualche fossile di ancestrale fobia. Cresciamo in una comunità linguistica in cui tutti usano senza riserve questa parola, per cui abbiamo il sentore, mai rimesso in discussione, che significhi qualcosa, anche se nessuno sa cosa. È il difetto dei piccoli. Sono nati per credere, per bersi tutto ciò che viene loro offerto dalle persone di cui si fidano e da cui dipendono.
E l’indottrinamento non è soltanto intrinseco nel linguaggio che si apprende. Ci sono gabbie cognitive esplicitamente imposte dagli adulti sotto forma di visioni del mondo culturalmente assunte come default e raramente messe in prospettiva. Quando qualcuno da piccolo ti chiede “Che lavoro farai da grande?", impari che necessariamente da grande il tuo nome dovrà essere abbinato ad una professione, che un lavoro identificherà chi sei tanto quanto i tuoi dati anagrafici. Quando qualcuno ti chiede "Quanti bambini vuoi avere da grande?”, l’implicazione data per scontata è che da grande dovrai essere eterosessuale, sposato e con figli. Qualsiasi deviazione da simili concetti che ci vengono implicitamente o esplicitamente inculcati, comporterà un doloroso processo di emancipazione e di strappo, a maggior ragione per coloro che, per vari motivi, svilupperanno una tensione al rimettere in discussione i paradigmi all’interno di cui sono nati.

Leggi il testo della canzone qui.


Gravità

Il sogno è una delle dimostrazioni più tangibili del fatto che i nostri corpi (menti incluse) non hanno alcun bisogno di “noi” per esistere. Le scienze cognitive ci insegnano con ormai consolidata certezza che l’illusione di una identità - di un’“anima”, qualcuno direbbe in base a superati paradigmi – non è che una tecnologia ausiliaria che si è evoluta nella nostra specie per ottimizzare la capacità di simulazione dell’ambiente esterno, in modo da potervi agire con maggiore efficacia e creatività, operando scelte “consapevoli”. Scelte che in realtà sembrano ridursi ad un semplice potere di veto su quanto il subconscio ha da proporci. (NB: Per pura comodità utilizzo, a titolo esemplificativo, la dicotomia conscio/subconscio, che però va intesa solo in senso metaforico, in quanto il cosidetto “conscio” non è che una spremuta di processi neurologici tanto quanto lo è il “subconscio”. L’io è soltanto una funzione cerebrale di percezione, che ci fa sentire, o provare intimamente l’esperienza di essere). Di ogni pensiero che facciamo, piccolo o grande, importante o irrilevante, diveniamo (a volte) consci soltanto dopo che questo si è formato negli organi cognitivi più profondi e costitutivi della mente, sulla base di calcoli computazionali che prendono in esame e confrontano gli input dell’ambiente con le necessità del nostro organismo. Il nome che ci viene dato alla nascita, assieme a secoli di fallace comprensione dei meccanismi cerebrali e soprattutto la facoltà della memoria, contribuiscono a rafforzare l’impressione e il senso di unitarietà e individualità. Siamo in pratica permanentemente immersi in una coinvolgente narrazione simil-cinematografica, che per lunghissimi secoli ci ha fatto scioccamente pensare di essere fantasmi intrappolati in qualche chilo di carne, anziché successioni senza soluzione di continuità di stati mentali e sinapsi variamente riarrangiate. È difficile delimitare con precisione quali di questi stati mentali possano definirsi "consci". Per la stragrande maggioranza del tempo il nostro cervello opera infatti autonomamente, eseguendo operazioni di routine che non richiedono alcuna decisione da parte “nostra”. Come qualsiasi altra specie vivente ci grattiamo, spulciamo, mangiamo le unghie, giocherelliamo distrattamente con quello che ci capita in mano, assumiamo mille forme, posture, atteggiamenti, compiamo mille piccoli e grandi movimenti in continuazione senza neppure rendercene conto. Il nostro corpo se la cava anche senza il nostro aiuto nel decidere quando ritrarre un dito che si sta scottando sul fuoco, quando è ora di svegliarsi dal sonno, quando farsi venire un’erezione, quando scaccolarsi il naso, quando ridere, reagire a un’offesa, distogliere uno sguardo, pestare sul freno o sull’acceleratore in macchina, mettersi le forchettate in bocca, giocare ai videogames, eccetera. Tutto si svolge in nostra assenza, a parte alcuni casi minoritari in cui è richiesta un po’ la nostra collaborazione per prendere decisioni creative e aperte a più soluzioni, come ad esempio scegliere il modo più conciso ed efficace per formulare la frase che sto scrivendo (nello stesso momento in cui il mio corpo tra l’altro svolge senza di me una serie di funzioni di routine che mi risulterebbe difficile persino elencare con completezza: schioccare le dita, tamburellare sui tasti del pc mentre rifletto, passarmi una mano fra i capelli, oscillare una gamba mentre sto steso sul letto, tentare di ignorare il rumore del mio compagno di stanza che russa, eccetera). Mentre scrivo, l’organo mentale addetto alla produzione di senso propone al mio “conscio”, attraverso l’interfaccia dei simboli linguistici, soluzioni per esprimere i concetti via via rilevanti per gli stati mentali che si configurano internamente. Alla funzione “conscio” spetta semplicemente il compito di bloccare le soluzioni errate e lasciar fluire quelle corrette, in base a ciò che sento essere coerente all’interno del reality show che la memoria dei miei passati stati mentali mi fa esperire.
In Gravità ho scelto di descrivere un sogno perché fra tutti i processi cognitivi che si svolgono in nostra assenza è il più affascinante e misterioso, forse per il modo in cui il cervello lavora durante il sonno rielaborando pezzetti sparsi di esperienza, riproiettandoli sullo schermo cinematografico che durante la veglia è riservato alla proiezione degli input che ci arrivano attraverso i sensi e la memoria. La cosa affascinante del sogno è che ti permette di vivere su quello schermo situazioni ed emozioni slegate dalla realtà, ma con la stesso senso di realtà dovuto probabilmente al fatto che il software mentale che gestisce la simulazione del reale è lo stesso che (quando attivato) gestisce la simulazione del sogno, attingendo semplicemente dati da fonti diverse.
L’ispirazione per la canzone mi venne quando un giorno un amico mi disse che se non fossi stato così autocosciente avrei potuto anche librarmi e camminare sospeso in aria senza rendermene conto. Una metafora che descrive bene il potere inibitorio della coscienza, che purtroppo spesso ci impedisce di esprimerci in modo soddisfacente, ponendoci freni anche quando non esisterebbero motivi concreti per frenare (i casi in cui, di fatto, il nostro organismo non solo potrebbe arrangiarsi anche senza di noi, ma probabilmente vivrebbe meglio senza di noi). Riprendendo ed espandendo l’idea di riuscire sconfiggere anche le forze fisiche come la gravità nei momenti di non consapevolezza, ho composto una canzone che descrivesse la traiettoria della mente dalle fasi più profonde del sonno, in cui a parlare è esclusivamente l’inconscio (in un linguaggio onirico dotato di una oscura sintassi e logica interna), alla fase rem più agitata e partecipata, al risveglio finale, in cui a volte può capitare di fare esperienza di quella frustrazione legata all’improvviso ritorno ad una realtà dominata da inflessibili limitazioni fisiche e soffocanti inibizioni mentali.